Immanuel Kant

Analisi dell'esperienza

dai Prolegomeni

 

Dovremo perciò analizzare l’esperienza in generale per vedere che cos’è contenuto in questo prodotto dei sensi e dell’intelletto, e come sia possibile il giudizio sperimentale stesso. Vi sta alla base l’intuizione di cui ho coscienza, cioè la percezione (perceptio) che appartiene soltanto ai sensi; ma in secondo luogo vi appartiene anche il giudicare ch’è proprio soltanto dell’intelletto. Questo giudicare può essere di due specie, a seconda che io paragoni semplicemente le percezioni e le unisca in una coscienza del mio stato, oppure che le unisca in una coscienza in generale. Il primo è un semplice giudizio percettivo ed ha perciò solo valore soggettivo; è soltanto collegamento delle percezioni nel mio stato d’animo, senza rapporto con l’oggetto. Perciò per l’esperienza non basta, come generalmente si crede, paragonare le percezioni e collegarle in una scienza per mezzo del giudizio: da ciò non deriva alcuna universalità e necessità del giudizio, in grazia delle quali soltanto esso possa avere valore oggettivo ed essere un’esperienza.

Deve precedere dunque un tutt’altro giudizio perché dalla percezione possa nascere l’esperienza. L’intuizione data dev’essere sottoposta ad un nuovo concetto che determina la forma del giudizio in generale in rapporto all’intuizione, collega la coscienza empirica di quest’ultima in una coscienza in generale e con ciò dà universalità ai giudizi empirici; un tale concetto è un concetto intellettivo puro a priori, il quale non fa che determinare come un’intuizione possa, in generale, servire per dei giudizi. Sia tale concetto il concetto di causa: esso determina l’intuizione che gli è sottoposta, p. es. quella dell’aria, rispetto al giudicare in generale: che, cioè, il concetto di aria per ciò che riguarda la dilatazione, nella relazione da antecedente a conseguente, è usato in un giudizio ipotetico. Il concetto di causa è, dunque, un concetto intellettivo puro completamente distinto da ogni possibile percezione, che serva soltanto a determinare, rispetto al giudicare in generale, la rappresentazione che gli è sottoposta, e quindi a render possibile un giudizio di valore universale.

Ora, prima che da un giudizio percettivo possa venire un giudizio d’esperienza, occorre che la percezione sia sottoposta a uno di tali concetti intellettivi; p. es. l’aria è subordinata al concetto di causa che determina come ipotetico il giudizio su di lei rispetto all’estensione [1]. Con ciò quest’espansione non è rappresentata come appartenente soltanto alla mia percezione dell’aria nel mio stato, o in molti dei miei stati, o nello stato della percezione d’altri, ma come appartenente ad esso necessariamente. E il giudizio «l’aria è elastica» diventa universale e d’esperienza soltanto perché precedono certi giudizi che sottopongono l’intuizione dell’aria al concetto di causa e d’effetto, e perciò determinano le percezioni l’una rispetto all’altra non solo nel mio soggetto, ma rispetto alla forma (qui ipotetica) del giudicare in generale, ed in tal modo dànno valore universale al giudizio empirico.

Se si analizzano tutti i giudizi sintetici in quanto hanno valore oggettivo, si trova che non constano mai di semplici intuizioni collegate in un giudizio, come si crede comunemente, solo per mezzo del confronto; ma che essi sarebbero impossibili se ai concetti derivati dall’intuizione non si fosse aggiunto un concetto intellettivo puro cui sono sottoposti quei concetti, i quali solo in tal modo possono essere collegati in un giudizio oggettivo. Gli stessi giudizi della matematica pura nei suoi più semplici assiomi non sono eccettuati da questa condizione. Il principio: «la linea retta è la più breve che congiunga due punti» premette che la linea sia stata sottoposta al concetto di grandezza, il quale non è una semplice intuizione ma ha senza dubbio la sua sede nell’intelletto e serve a determinare l’intuizione (della linea) con riguardo ai giudizi che ne possono essere dati rispetto alla quantità, cioè alla pluralità [2] (iudicia plurativa); essi, infatti, significano che in una data intuizione sono contenuti molti elementi omogenei.

 

[1]. Per avere un giudizio più facile a comprendersi, si prenda il seguente. «Se il sole illumina la pietra, questa si riscalda». Quest’è un semplice giudizio percettivo che non contiene alcuna necessità, per quante volte io ed altri abbiamo osservato il fatto; soltanto, di solito le percezioni si trovano collegate così. Ma se dico: «Il sole riscalda la pietra», alla percezione si aggiunge ancora il concetto intellettivo di causa, che collega necessariamente il concetto di calore con quello dello splendore del sole, il giudizio sintetico diventa necessariamente universale e per conseguenza oggettivo, e di percezione si cambia in esperienza. [N. d. A.]

[2].  Preferirei fossero chiamati così i giudizi che nella logica si chiamano particularia, poiché quest’espressione contiene già il pensiero che non sono universali. Ma se parto dall’unità (in singoli giudizi) e procedo così verso la totalità, non posso ancora mescolarvi alcun rapporto con la totalità: io penso solo la pluralità, non la sua esclusione. Questa è necessaria se i momenti logici devono essere sottoposti ai concetti intellettivi puri. Nell’uso logico si può restare all’antico. [N. d. A.]

 

Immanuel Kant, Prolegomeni, §20, pp. 64-6, a c. di A. Oberdorfer, Carabba Editore, Lanciano 1914

 

Post di Alessandro Bona