LOGICA DELL'AZIONE MORALE


dal primo capitolo della Religione entro i limiti della sola ragione (1793) di Immanuel Kant



Se il bene è = A, il suo opposto contraddittorio è il non bene. Ora il non bene è la conseguenza o di una pura mancanza di un fondamento del bene, = 0, o di un fondamento positivo di ciò che è il contrario del bene, = -A; in quest'ultimo caso il non bene può anche essere chiamato un male positivo. Ora, se la legge morale non fosse in noi un movente dell'arbitrio, allora il bene morale (l'accordo dell'arbitrio con la legge) sarebbe = A, il non bene = 0; ma quest'ultimo sarebbe la semplice conseguenza della mancanza di un movente morale = A x 0. Ma in noi v'è un movente = A; dunque la mancanza di un accordo dell'arbitrio con questo movente (mancanza che è = 0) è possibile solo come conseguenza di una determinazione realmente opposta dell'arbitrio, cioè di una sua opposizione, = -A, è possibile cioè solo mediante un cattivo arbitrio. Dunque fra una buona e una cattiva intenzione (principio interiore delle massime), secondo la quale del resto bisogna giudicare la moralità dell'azione, non vi è via di mezzo.

Un'azione moralmente indifferente (adiophoron morale) sarebbe un'azione derivante semplicemente da leggi fisiche; e questa azione allora non ha alcun rapporto con la legge morale, con la legge della libertà.

[Kant, I. La religione entro i limti della sola ragione, a c. di Marco M. Olivetti, Laterza, 2020, p. 21]